Sala monografica — Le opere

Etiuda

Studio · Pole Mokotowskie, Varsavia, 2010

Due steli di arenaria chiara, alte più di due metri, piantate una accanto all’altra nel prato. Fra loro corre una fessura stretta, e i due bordi che la delimitano si corrispondono: dove una rientra, l’altra sporge. Stanno insieme come le due metà di una cosa aperta lungo una linea sinuosa, e rimesse in piedi a un palmo di distanza.

Etiuda vuol dire studio, nel senso in cui lo dicono i musicisti: un pezzo breve, fatto su una sola difficoltà, e compiuto. Sta al Pole Mokotowskie, il grande parco di Varsavia, dal pomeriggio del 26 settembre 2010.

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L’opera

Le due steli appena finite, viste dal basso contro il cielo, e il gruppo nel prato del parco qualche anno dopo.

Etiuda vista dal basso contro il cielo: due steli di arenaria chiara affiancate, con i bordi ondulati che si corrispondono e la ghiaia del cantiere ai piedi
Archivio della famiglia
Le due steli di Etiuda intere nel prato del parco, in una giornata d’estate: quella di sinistra più sottile, con una vena ocra, quella di destra più larga, col profilo a onde
Foto: Jolanta Dyr, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0
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Il blocco aperto

Art Konfrontacje · Varsavia, 2010

L’opera nasce in un plein air di scultura sul Pole Mokotowskie. Lo striscione teso sul campo lo dice per esteso: «Art Konfrontacje — Plener rzeźbiarski. Sztuka w przestrzeni publicznej», arte nello spazio pubblico. Gli scultori lavorano in mezzo al prato, dentro un recinto di nastro, con i blocchi appoggiati sui pallet e la gente che passa a guardare; le sculture dell’edizione vengono scoperte il 26 settembre del 2010, alle tre del pomeriggio, nel parco stesso. Niente sala, niente vernissage al chiuso: l’inaugurazione è un pomeriggio d’autunno sull’erba.

Antonina è una dei sei scultori dell’edizione — il quotidiano cittadino li fotografa insieme su quello che chiama «il futuro piazzale della scultura» e li nomina uno per uno: Dariusz Kowalski, Teresa Pastuszka-Kowalska, Grzegorz Szkopowicz, Jacek Muldner-Nieckowski, Antonina Wysocka-Jonczak, Wiktor Gajda. Ai piedi dell’opera finita resta una targhetta rossa con inciso il suo nome, il titolo e quello della manifestazione.

È l’ultimo dei suoi cantieri all’aperto, ed è il più vicino a casa: dopo la Slovacchia, la Slovenia, la Germania, l’Austria, la Sardegna e l’Appennino, l’ultimo blocco lo apre a Varsavia, in un parco dove la gente porta a spasso il cane.

E la forma è quella di un taglio. I due bordi che si fronteggiano si corrispondono onda per onda: dove uno rientra l’altro sporge, e fra i due resta una fessura di luce larga quanto una mano. Ma la linea non è una frattura casuale, è disegnata — sull’una scende a onde larghe e regolari, sull’altra le riprende in negativo. Le facce esterne sono lavorate a punta fitta, ruvide e uniformi; i profili interni sono la parte pulita, quella che si guarda. Chi passa in fila vede due figure che si fronteggiano; chi ci gira attorno vede una cosa sola, riaperta.

Fotografia di giornale: sei scultori in posa sul prato del parco, in fila, in una giornata d’estate; Antonina Wysocka-Jonczak è la seconda da destra
I sei del plein air, in posa su quello che il giornale chiama «il futuro piazzale della scultura». Da sinistra: Dariusz Kowalski, Teresa Pastuszka-Kowalska, Grzegorz Szkopowicz, Jacek Muldner-Nieckowski, Antonina Wysocka-Jonczak, Wiktor Gajda. Da «Gazeta Wyborcza» Warszawa, 2010
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Cinque settimane

Il cantiere, dall’arrivo alla scopertura

Le fotografie che la famiglia scatta al plein air, di volta in volta, mettono in fila il lavoro dell’ultima estate: l’arrivo al campo, la pietra che si apre, le due metà accostate per controllare che si corrispondano, la gru, e il pomeriggio in cui l’opera resta lì.

  • Antonina Wysocka-Jonczak in piedi al plein air, cappello bianco, camicia bianca aperta su una tuta da lavoro scura, i guanti da cava in mano; dietro di lei un gazebo e lo striscione della manifestazione
    21 agosto. Antonina al cantiere, coi guanti in mano. Alle sue spalle lo striscione di «Art Konfrontacje».
  • Un lungo blocco di arenaria disteso su travi e pallet nel prato, col bordo superiore già tagliato a onde larghe; attorno, schegge di pietra e il nastro del cantiere
    24 agosto. Il blocco disteso sui pallet: il profilo a onde è già tagliato lungo tutto il fianco.
  • Due blocchi di arenaria accostati uno sopra l’altro sui pallet, coi profili ondulati affacciati, in mezzo al prato del parco
    7 settembre. Le due pietre accostate: i profili si controllano l’uno sull’altro.
  • Il blocco finito, disteso sull’erba, con la superficie lavorata a punta fitta e il bordo a onde nettamente tagliato
    11 settembre. Il lavoro è finito, la pietra è ancora sdraiata sull’erba.
  • La posa in opera: una stele è già in piedi nel prato, l’altra pende dalle cinghie della gru di un camion mentre alcuni uomini la guidano verso la buca
    20 settembre. La posa: una stele è già in piedi, l’altra scende dalla gru.
  • Le due steli in piedi sul letto di ghiaia, viste da vicino: la fessura che le separa, la vena ocra sulla stele di sinistra e la targhetta rossa al piede di quella di destra
    26 settembre. L’opera è scoperta, sul letto di ghiaia, con la targhetta al piede.
04

L’ultima pietra

Il 2010, e una seconda mano

Etiuda è l’ultima delle sue grandi opere da parco. Quarant’anni di cantieri all’aperto cominciati nel bosco di Moravany — il legno della Slovacchia, la pietra della Germania, il marmo dell’Austria, il granito della Sardegna — si chiudono su questo blocco, in un parco di Varsavia, a pochi chilometri dallo studio. Dopo, la scultura continua ma cambia scala: i legni del 2011 stanno su un tavolo.

E non la finisce da sola. A portarla a termine è stata sua sorella, Teresa Celestyna Wysocka: è l’unica opera del catalogo che due mani abbiano chiuso, e la cosa si dice qui perché è un fatto del lavoro, non un dettaglio privato — chi conosce la fatica di una pietra di due metri e quaranta sa che cosa significhi consegnarne il finale a qualcun altro.

La forma, per una volta, dice esattamente la stessa cosa. Due pietre tagliate per corrispondersi, finite a un palmo l’una dall’altra: nessuna delle due si spiega da sola, e il senso dell’opera sta tutto in quella fessura — nel poco che separa, e che tiene insieme, due cose fatte per stare vicine.