Atto 01 — Il catalogo

Le opere,
una per una.

Legno, bronzo e pietra; e poi i pastelli e gli acquerelli. Qui le opere dell’archivio si sfogliano una per una: ogni riga apre una scheda, con l’anno, il materiale, le misure e il luogo dove l’opera si trova.

01

Le sale monografiche

Le opere attorno a cui l’archivio si è costruito: i grandi legni, le pietre scolpite ai simposi all’aperto, i monumenti pubblici. Ognuna ha la sua sala, con il racconto, il cantiere e i documenti.

02

La pittura

Perché una scultrice dipinge

Non tutto quello che ha fatto è scultura. I dipinti dell’archivio sono centotrentasette, per lo più pastelli, poi acquerelli e qualche tela. Non sono un margine dell’opera, e non vengono dopo: vengono prima.

Il primo quadro che dipinge, da bambina, è un quadro nascosto. Stacca dalla parete i quadretti di casa, li gira, e dipinge sul rovescio: animali, paesaggi, bambole. Poi li riappende al loro posto, con la faccia giusta in fuori.

Jako mała dziewczynka zdejmowała ze ścian obrazki i na ich odwrocie malowała zwierzęta, krajobrazy, lalki. Potem wieszała je na miejsce. Przez dłuższy czas rodzice byli nieświadomi, że pod ich dachem rozkwita artystyczna dusza.

Da bambina staccava dalle pareti i quadretti e sul loro rovescio dipingeva animali, paesaggi, bambole; poi li riappendeva al loro posto. Per parecchio tempo i genitori non seppero che sotto il loro tetto stava sbocciando un’anima d’artista.

Jolanta Krasnowska, «Antonina od aniołów», Echo Katolickie, 2009

Quando i genitori se ne accorgono, la iscrivono ai corsi di disegno della casa dei giovani di Stargard; in settima classe un insegnante dice che ha talento e che deve provare il liceo artistico di Szczecin. Cinque anni più tardi entra all’Accademia di Belle Arti di Varsavia al primo tentativo, e da lì esce scultrice, con il diploma del 1966. La pittura c’era già, e non se ne va.

Nel febbraio del 1999, alla retrospettiva della Galeria Rzeźby di Varsavia, un quotidiano della città intitola la sua recensione «Pastelli, e sculture di mogano e di legno» — i pastelli per primi — e scrive che in sala si trovano sculture e pastelli fatti dagli anni Settanta agli anni Novanta. Nella stessa colonna elenca di che cosa si occupa: scultura da parco e da camera, medaglistica, disegno e pittura. Quattro mestieri, sulla stessa riga.

Nel 2009 raccoglie i pastelli in un volume e lo intitola soltanto «Malarstwo», pittura. Sul frontespizio c’è una riga sola, scritta a mano: «Dedico questo album al Figlio». E nella pagina d’apertura affronta la domanda che il suo lavoro si porta dietro da sempre.

Obojętnie jak się wypowiadamy, poprzez jaką formę, jeżeli wypływa z potrzeby z głębi naszych przemyśleń i odczuć to staje się prawdziwa. […] Chęć malowania ujawniała się w moim życiu zawsze i to czyniłam z radością. Przedstawiam Państwu swoje pastele i inne prace.

Non importa come ci esprimiamo, attraverso quale forma: se nasce dal bisogno, dal fondo dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti, allora diventa vera. […] La voglia di dipingere si è manifestata sempre nella mia vita, e l’ho fatto con gioia. Vi presento i miei pastelli e altri lavori.

Antonina Wysocka-Jonczak, dichiarazione d’autrice in «Malarstwo», Varsavia 2009

La forma è indifferente; conta che venga dal bisogno. È la stessa cosa che ha sempre detto del legno e della pietra, detta stavolta a proposito della carta — e invece di rispondere alla domanda la toglie di mezzo. In queste pagine non ci sono due artiste, una che scolpisce e una che dipinge: c’è una sola mano che, davanti a un blocco o davanti a un foglio, cerca la stessa cosa.

Di solito, quando le due cose si toccano, si immagina che la pittura venga dopo — l’idea nasce nel blocco e il foglio la rincorre. Almeno una volta è andata al contrario, e si può dimostrare. Nel 1981 dipinge una tela intitolata «Dziecko», bambino: una massa scura che si apre in un vano a mandorla, e dentro il vano un bambino raccolto su un telo. L’anno dopo fonde un bronzo con lo stesso titolo, e il disco si apre allo stesso modo attorno alla stessa figura.

Quel congegno — un volume che si apre e trattiene qualcuno — non nasce lì. Nasce in un parco di Płock nel 1970, dove tre masse di mogano stanno posate sulla terra e una si schiude su un bambino seduto; e da lì attraversa quarant’anni, nella sfera che si apre sul neonato, nel disco che ne aspetta uno, nei libri di bronzo che si chiudono a chiave. Quello che il 1981 dimostra è un’altra cosa: che in un punto di quella catena lunghissima la mano è arrivata prima sulla tela.

Il sito mostra le opere di cui può raccontare qualcosa: una fotografia che regge e, dietro, una storia — una sala, una mostra, un legame con un’altra opera. Le altre restano nell’archivio, e prendono la loro pagina appena si trova ciò che manca.