Matka z książką
Madre con libro · acciaio inox, 1979 · due scale
Una figura seduta ridotta a una lastra e a un nastro d’acciaio: dietro, un piano verticale alto; davanti, una superficie che ondula come un corpo di profilo, con un cerchio vuoto al posto del capo; sotto, il grembo, e sul grembo due libri.
Del 1979 esistono due esemplari, e sono la stessa cosa in due scale: uno da tavolo, che sta in casa e va alle mostre; l’altro alla scala della piazza, che dal 1979 sta davanti alla biblioteca comunale di Mielec e non si è più mosso.
Il modello
La versione da interno, in acciaio inossidabile lucidato: il disegno per intero, in una scala da tavolo.
Fotografia: archivio della famiglia.
Il libro, e l’acciaio
Le due scelte che tengono l’operaNella figura non si riconosce niente: né un volto, né una mano, né una piega di stoffa. Il capo è un foro, il corpo è un’onda, le gambe sono un trapezio. L’unica cosa resa per quello che è sono i libri: due volumi appoggiati sul grembo, con la costa, il taglio delle pagine e la copertina che sporge.
È un modo di lavorare che in questi anni torna: una forma tenuta astratta e, dentro, una cosa sola scolpita dal vero. Nel 1970 è un bambino seduto in un vano di mogano, nel 1977 sono due orecchie umane in cima a una tavola; qui sono due libri, e stanno davanti a una biblioteca.
La seconda scelta è il materiale. L’acciaio inossidabile compare in tutto il catalogo solo qui: dappertutto altrove Antonina lavora legno, pietra, bronzo, gesso. Per un’opera che deve stare in una piazza e non ha nessuna superficie scolpita da mostrare, l’acciaio fa una cosa che nessuna di quelle materie farebbe — riflette il cielo e il verde intorno, e cambia con la luce del giorno.
Il monumento
Mielec, piazza della bibliotecaLo stesso disegno, portato alla scala della piazza. A Mielec la figura posa su un blocco di pietra grezza, appena squadrato, che la solleva dal prato: l’acciaio lucido contro la pietra viva, ed è l’unico contrasto di materia dell’opera.
Alla scala della piazza il profilo cambia mestiere. Da vicino, sul tavolo, si legge come una figura; da lontano, in mezzo all’erba e alle macchine, si legge prima come una sagoma seduta e poi come una sedia — e i libri restano il segnale che dice di che cosa si tratta.
Le due fotografie che l’archivio conserva la prendono da due lati e in due momenti. In una, dell’archivio di famiglia e senza data, la scultura sta accanto a un edificio basso con la ringhiera verde e una bicicletta appoggiata al muro; nell’altra, del luglio 2011, è sul prato fra gli alberi da fiore, con le auto parcheggiate dietro. L’acciaio, in mezzo, non è cambiato.
Uno dei sei
La lista scritta di sua manoVerso la fine degli anni Ottanta Antonina compila due questionari — uno francese, uno per un annuario internazionale — e a entrambi c’è la stessa domanda: dove si possono vedere le sue opere. Risponde con un elenco di sei luoghi.
Sono il Parco Ujazdowski di Varsavia per «Ab ovo», il Treptower Park di Berlino per «Zbliżenie», Hoyerswerda e lo zoo di Rostock per le due «Civiltà», l’atrio dell’ambasciata polacca a Mosca per il rilievo dell’aquila — e la biblioteca di Mielec, per la madre col libro. Sei opere in quattro paesi, scritte a mano nella sua grafia.
Il modello, intanto, continua a viaggiare: nel 1980 va a «Dialog», la mostra che unisce Varsavia e Berlino; verso il 1988 è a Cracovia; nel 2009 è ancora in vetrina a Siedlce. Il monumento no: quello è rimasto dove è stato messo.