Cywilizacja I
Civiltà I · Hoyerswerda, 1977
Un blocco d’arenaria alto due metri, diviso in due volumi; al centro una finestra quadrata, e nella finestra una figura umana rannicchiata, levigata come un sasso di fiume. La pietra è ruvida, l’uomo è liscio: la civiltà è il blocco che lo contiene — riparo e recinto nello stesso gesto.
Nasce nell’estate del 1977 al simposio internazionale di Hoyerswerda, nella Germania Est, in un atelier all’aperto allestito dentro il giardino zoologico della città, e per la città era destinata. In tedesco non si chiama Civiltà: si chiama «Leben», la vita. È l’opera che apre il dittico delle Civiltà, e una delle più documentate dell’archivio: la cronaca tedesca che segue i lavori, i disegni firmati sul posto, le fotografie di famiglia della lavorazione.
L’opera
L’arenaria appena finita, ancora sotto la tettoia del cantiere: i due volumi, la finestra e la figura che vi si raccoglie.
Il cantiere del Lied vom Glück
Hoyerswerda · agosto–settembre 1977Il simposio di Hoyerswerda è un atelier a cielo aperto, e lo è alla lettera: otto scultori da sette paesi lavorano da inizio agosto a fine settembre dentro il Tiergarten, il giardino zoologico della città, invitati dall’unione degli artisti della Germania Est e dal comune. A dirigerlo è lo scultore di casa, Jürgen von Woyski; il tema è preso da Brecht — il «Lied vom Glück», la canzone della felicità. Antonina è l’invitata polacca.
Non è il suo primo cantiere tedesco. L’anno prima era stata a Reinhardtsdorf, nel massiccio d’arenaria che l’Elba attraversa al confine con la Boemia, e da quel soggiorno era uscita una forma bilobata che oggi sta a Berlino, sulla riva della Sprea. È la stessa pietra: i blocchi di Hoyerswerda vengono da quelle montagne, e a spiegarlo è von Woyski stesso.
Das Material, das den Bildhauern zur Verfügung steht, ist Sandstein und kommt aus dem naheliegenden Elbsandsteingebirge. Il materiale a disposizione degli scultori è l’arenaria, e viene dalle vicine montagne d’arenaria dell’Elba.
Per gli scultori di casa, aggiunge von Woyski, è una pietra di tradizione, mentre gli stranieri per lo più la incontrano per la prima volta. Antonina no: l’aveva scolpita l’anno prima. Il tempo invece è poco per tutti — due mesi, tanto che si lavora a testa bassa.
Hoyerswerda sta in Lusazia, e del simposio dà conto anche il quotidiano dei sorabi, la minoranza slava della regione: nella loro lingua la città si chiama Wojerecy, e il titolo dell’articolo suona «officina internazionale di scultura nel giardino zoologico». È a quel giornale che Antonina dice, mentre comincia, che cosa vuole fare: un’opera che rappresenti la gioia, il riposo, il tempo libero.
Il 25 agosto la cronaca tedesca descrive la stessa pietra, e la legge al rovescio:
Bei Wysocka-Janczak drückt der halb liegende Mensch mit Kopf und Füßen gegen wuchtige Wände, die seine Erlebnisfähigkeit, seine Verwirklichung einzuschränken scheinen. In Wysocka-Jonczak la figura umana semisdraiata preme con la testa e coi piedi contro pareti massicce, che sembrano limitarne la capacità di vivere e di realizzarsi.
Gioia e riposo da una parte, costrizione dall’altra: le due letture stanno sulla stessa pietra, e nessuna delle due è sbagliata. Il blocco che ripara è anche il blocco che stringe, e la figura raccolta nella finestra è insieme protetta e compressa. Il titolo che l’artista le dà — Civiltà — le tiene tutte e due.
Di quell’estate l’archivio conserva anche due disegni segnati «Hoyerswerda 1977» accanto alla firma, e le fotografie di famiglia della lavorazione: Antonina al mazzuolo sul blocco, negli stati in cui la figura affiora a poco a poco dalla pietra.
- Antonina Wysocka-Jonczak «Leben» polonia
- Elmira Gusseinowa «Familienglück» urss
- Katalin Samu «Lesender Junge» ungheria
- Ladislaw Chochole «Mann und Frau» cecoslovacchia
- Bogomil Shiwkow «Liebespaar» bulgaria
- Nicolae Fleissig «Antiqua» romania
- Bernd Wilde «Große Liegende» ddr
- Jürgen von Woyski «Glückliche Stadt» ddr
Otto scultori da sette paesi, dal principio d’agosto alla fine di settembre, nel giardino zoologico di Hoyerswerda. Ognuno rispose al tema a modo suo: la felicità come città, come famiglia, come coppia, come lettura, come riposo. Le otto pietre stanno oggi insieme nel parco della città vecchia che porta il nome di von Woyski.
Il «Lied vom Glück» non è una poesia sola. È una canzone che Brecht scrisse nel 1952 con Hanns Eisler per un film, «Frauenschicksale» di Slatan Dudow: la nave che attraversa il mare e il marinaio che sogna la terraferma, il bambino nella culla che chiede latte perché non può restare piccolo, la piantina che diventa albero e la pietra di fondazione che diventa casa. Ogni strofa dice la stessa cosa in un’immagine nuova: la felicità non arriva da sé, bisogna conquistarla.
Gli otto scultori fecero anche un’opera insieme, una sola: una stele che porta incisa l’ultima strofa della canzone. Sul retro stanno le loro firme.
Und weil uns unsere Mütternicht für das Leid gebornhaben wir alle gemeinsamglücklich zu leben geschworn Le due Civiltà
Rostock · 1978La seconda Civiltà comincia a un compleanno. Nel settembre del 1977 il direttore del giardino zoologico di Rostock, il dottor Dieter Schwarz, va a fare gli auguri a un amico — Günter Peters, giardiniere dello zoo e pittore — e per suo tramite entra in contatto con il seminario di scultura dell’estate. Fra i lavori degli artisti che vi hanno preso parte gli resta impresso quello di Antonina, per quella che chiama la sua «affermazione filosofica di valore universale»; e nasce il desiderio di mostrare nello zoo di Rostock, come lui scrive, «questo simbolo del nostro grande operare».
I blocchi arrivano dalle montagne presso Dresda: due arenarie alte due metri, più di due tonnellate l’una. Antonina lavora da metà giugno a metà agosto del 1978, a martello e scalpello, all’aperto, su un prato dello zoo davanti allo stagno degli uccelli acquatici. Arrotonda i due blocchi in curve che riparano, e fra loro un terzo blocco più piccolo prende la forma di un bambino quasi embrionale. Ci lavora col sostegno di Peters, del consiglio per l’architettura del comune, del consiglio distrettuale e degli uomini del settore tecnico dello zoo, che le muovono le pietre.
L’opera si scopre il 15 agosto, con una piccola cerimonia: c’è una fotografia di quel giorno in cui sta davanti alle sue pietre con un mazzo di fiori in mano. In tedesco l’opera porta il titolo «Verantwortung für das Leben», responsabilità per la vita; lei la mette in un ciclo che chiama, in polacco, «Powstanie życia — ochrona życia»: nascita della vita, protezione della vita. Nel mezzo dei due mesi vola a Mosca, per l’inaugurazione del rilievo della nuova ambasciata polacca, e poi torna alla pietra.
Come vada guardata lo dice il committente stesso, in un articolo di due pagine scritto dopo l’inaugurazione: le due pietre pesanti sono gli elementi che proteggono, e fra le due colonne sta una pietra molto più leggera, «un piccolo essere umano dai tratti embrionali, che però irradia forza elastica». Le colonne e quei tratti, scrive, danno insieme il sentimento del riparo — «nella forma di mani che proteggono» — e delle possibilità aperte, vale a dire anche dei pericoli. È la responsabilità per la vita, aggiunge, plasmata qui non per un animale né per una pianta, «ma del tutto consapevolmente per l’essere umano».
Le due Civiltà nascono così tutte e due dentro un giardino zoologico — due città che a una scultrice hanno dato un prato e il tempo di scolpirci sopra —, e come faceva spesso per le opere monumentali Antonina ne aveva modellato prima il gesso in piccolo: la scultura grande vista allo stadio di progetto.
Ma la differenza vera, a Rostock, è il pubblico. Gli altri anni lo zoo metteva sculture finite lungo il viale dei roveri; quell’estate, in mezzo alla gente che passava, l’esposizione è il lavoro stesso — e la cronaca lo dice bene:
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Civiltà IIRostock, 1978.
„Plastik im Grünen“ einmal anders. […] diesmal hatten die Zoobesucher Gelegenheit, das Entstehen eines Kunstwerkes unmittelbar mitzuerleben. «Scultura nel verde», ma in un altro modo. […] stavolta i visitatori dello zoo hanno avuto occasione di assistere da vicino al nascere di un’opera d’arte.
Il taccuino del cantiere
Hoyerswerda, estate 1977Otto settimane a martello e scalpello su un blocco di due tonnellate e mezzo non riempiono le giornate. In quella stessa estate, a Hoyerswerda, Antonina disegna: una casa dal tetto spiovente tracciata a linea blu, una fila di alberi, la riva di un fosso — matite colorate su carta rosa, il lavoro di mezz’ora.
Il foglio porta il nome del posto nel titolo e, in basso a destra, la data per esteso: 11 settembre 1977. È il giorno, non la stagione — la trasferta si può datare alla settimana, e questo foglio cade in coda alle otto settimane di cantiere, quando la pietra è ormai fatta.
Ed è la prova più antica di un’abitudine che il suo percorso ripeterà per trent’anni: dove va a scolpire, dipinge. Dopo Hoyerswerda verranno i fogli firmati Zamość, Turośl, Sarnówek, e i due plein air di pittura della Reymontówka. La pietra e la carta viaggiano insieme.
Apri la scheda → Szkic, Hoyerswerda
Schizzo, HoyerswerdaDisegnato sul posto l’11 settembre 1977, in coda alle otto settimane di cantiere.