Sala monografica — Le opere

Dyskobol

Discobolo · 1976

Un disco di bronzo, grande come un piatto, tenuto in piedi su una base di mogano. Sulla faccia, in rilievo, una mano lo afferra da sotto: le dita si aggrappano al bordo, il palmo aderisce alla superficie. Del lanciatore non c’è altro — niente corpo, niente slancio, niente muscoli.

È il primo disco della sua opera, e nasce da un concorso a cui aveva deciso di non partecipare.

01

L’opera

La tavola del catalogo: il disco sulla base di mogano, e la mano che lo tiene.

Dyskobol: disco di bronzo dalla patina calda, in piedi su una base di mogano sagomata; sulla faccia del disco una mano in rilievo lo afferra dal basso, con le dita raccolte sul bordo
02

Il no diventato sì

Le parole dell’artista · 2009

La genesi dell’opera la racconta lei stessa, più di trent’anni dopo, in un’intervista per la personale di Siedlce. Vede in bacheca, all’unione degli artisti, l’annuncio di un concorso sul tema dello sport, e resta lì davanti a pensare che con lo sport non ha niente da spartire — che in vita sua non farà mai una scultura sportiva. Poi arriva un collega:

Podszedł kolega. Zapytał: bierzesz udział w tym konkursie? Ja na to: nie. Ale za moment się odwróciłam do niego i powiedziałam: tak. W tym momencie zobaczyłam tę koncepcję. […] Poszłam do pracowni i ulepiłam ją w glinie jeszcze tego samego dnia.

Si avvicinò un collega. Chiese: partecipi a questo concorso? E io: no. Ma un attimo dopo mi voltai verso di lui e dissi: sì. In quel momento avevo visto l’idea. […] Andai in studio e la modellai in creta quello stesso giorno.

Antonina Wysocka-Jonczak, intervista · «Tygodnik Siedlecki», 2009

Il concorso è la rassegna nazionale «Lo sport nell’arte», e a Katowice, nel 1976, la giuria le assegna una menzione nella sezione scultura. Il diploma è ancora in archivio, firmato dal commissario generale della mostra e dal presidente del comitato organizzatore; e nel cartoncino a stampa la parola «menzione» è composta con un refuso.

03

La mano, non l’atleta

La lettura della critica · 1999

Ventitré anni dopo, alla retrospettiva della Galeria Rzeźby di Varsavia, un cronista di «Życie Warszawy» si ferma davanti al Dyskobol e mette a fuoco in due righe che cosa lo renda diverso da tutti i discoboli che conosciamo:

Zupełnie inaczej zinterpretowała ten temat, niż czynili to np. starożytni Grecy. Dla niej najważniejsza jest ręka rzucająca dyskiem, a nie umięśniony sportowiec.

Ha interpretato il tema in modo del tutto diverso da come facevano, per esempio, gli antichi greci. Per lei la cosa più importante è la mano che lancia il disco, non l’atleta muscoloso.

«Życie Warszawy», recensione della retrospettiva alla Galeria Rzeźby, 20–21 febbraio 1999

È l’osservazione giusta, e vale oltre quest’opera: la mano è il suo modo di dire una persona intera — la mano che stringe, che si apre, che si giunge. Qui, per una volta, la mano non è il soggetto ma lo strumento, e il soggetto è il disco che sta per partire.

Il disco resterà. Dieci anni più tardi torna nella sua opera senza più nessun lanciatore: diventa un campo chiuso in cui accadono cose — germoglia, si incrina, si apre —, e dà il nome a una serie intera.