Sfera
Kostanjevica na Krki · Forma Viva, 1976
Un ovoide di rovere alto tre metri, gonfio come un frutto, diviso da giunti verticali; al centro, in un incavo dove i volumi si scostano, una piccola sfera piena. La massa la custodisce come una palpebra: la Sfera è un occhio — la forma, dirà l’artista, della più grande creazione della natura, capace di guardare e anche di vedere.
Nasce nell’estate del 1976 al simposio Forma Viva di Kostanjevica na Krki, in Slovenia — dove per regola le opere non ripartono con chi le ha fatte: il catalogo la registra nel parco della galleria, fra le sculture degli altri anni.
L’opera
La tavola del catalogo e la veduta d’epoca del parco: l’ovoide da vicino, con la piccola sfera nell’incavo, e la Sfera nel prato, davanti alla galleria della Forma Viva.
L’estate di Kostanjevica
Forma Viva XVI · luglio–agosto 1976La Forma Viva di Kostanjevica na Krki è uno dei grandi simposi europei del legno: ogni estate gli scultori invitati lavorano all’aperto nel prato attorno alla galleria, e le opere restano lì. A proporre Antonina per la sedicesima edizione, quella del 1976, è l’unione degli scultori di Varsavia; lei arriva tardi, a metà luglio, trattenuta dagli impegni in patria.
A convertirla ai simposi del legno era stato, sei anni prima, lo scultore slovacco Alexander Ilečko, a un simposio cecoslovacco: un nome che in questo archivio torna, perché Ilečko è uno dei tre scultori di casa di Moravany nad Váhom, il simposio del 1971 dove Antonina scolpisce Ręce. Kostanjevica è la terza azione internazionale di quel tipo a cui partecipa. Della galleria della Forma Viva dirà che non è soltanto una galleria: è una scuola per tutti gli scultori.
Il 5 agosto un settimanale sloveno manda un cronista nel prato, e ne esce un ritratto: la scultrice polacca che lavora soprattutto il legno, meno la pietra e il bronzo; il diploma del 1966 con Marian Wnuk; la grande opera in pietra su un viale di Varsavia, fatta insieme ad altri sei scultori. E poi i motivi che le tornano fra le mani, che lei elenca al cronista uno dopo l’altro.
- kolona la colonna
- koraki i passi
- rojstvo la nascita
- roke le mani
- sheme molekul gli schemi delle molecole
Il suo repertorio, nell’estate del 1976, nelle parole slovene con cui il cronista lo mette per iscritto: la colonna e i passi stanno nei grandi legni, le mani diventeranno un’opera intera, la nascita attraversa tutta la sua scultura — e in fondo alla fila, inatteso, lo schema di una molecola.
Il simposio si chiude sabato 28 agosto, alle cinque del pomeriggio, nella galleria della Forma Viva: parla il vicepresidente del Consiglio esecutivo della Slovenia, canta il coro misto Viktor Parma di Krško. Poi gli scultori ripartono, e le opere restano nel prato: è il patto della Forma Viva.
Il legno vivo
Le parole di Antonina · agosto 1976L’articolo si intitola «Vita col legno», e non è un titolo di circostanza: al cronista che le chiede perché lavori soprattutto il legno, Antonina risponde con tre affermazioni che si tengono l’una all’altra, e che sono la cosa più vicina a una poetica che si conservi della sua voce.
Kamen je mrtev material […]. Les je del živega sveta, voljno sprejme dleto […]. Drevo umre, ko ga posekajo, vendar mu kipar z novo formo vdahne tudi novo življenje. La pietra è materia morta […]. Il legno è parte del mondo vivo, accoglie di buon grado lo scalpello […]. L’albero muore quando lo si abbatte, ma lo scultore, con una forma nuova, gli insuffla anche una vita nuova.
È il pensiero che spiega perché un simposio del legno le somigliasse più di ogni altra cosa: là nessuno porta via niente, e a un albero già abbattuto si dà una forma nuova. La pietra le servirà, e molto — i simposi degli anni successivi sono quasi tutti di pietra —, ma il legno resta l’unica materia di cui parli come di qualcuno.
Poi il cronista si ferma davanti al blocco a cui sta lavorando, e la descrizione diventa, senza nominarla, la Sfera:
Kroglasto oblikovana gmota z jedrom v sredini povzema formo očesa, to največjo stvaritev narave, ki je sposobno gledati in tudi videti. La massa modellata a sfera, col nucleo al centro, riprende la forma dell’occhio: la più grande creazione della natura, capace di guardare e anche di vedere.
La distinzione fra guardare e vedere è sua, ed è il senso dell’opera: tre metri di rovere tenuti aperti attorno a un nucleo, in un prato dove chiunque passi può fermarsi a guardare.