Serie S.03 — Vocabolario formale

Odbicie

I riflessi · 1989 e 1992

Un volto chiuso dentro un prisma. Finché il blocco è chiuso è una forma astratta, un solido di legno o di bronzo; aperto, mostra il volto due volte — il positivo e il negativo, il rilievo e la sua impronta. Le due immagini si completano: nessuna delle due, da sola, è il volto intero. Nessun’altra serie dice così chiaramente il tema che attraversa tutta l’opera di Antonina: la presenza e la sua traccia.

La parola torna lungo tutta la carriera — c’è un «Odbicia w niepamięci», riflessi nell’oblio, già fra le terrecotte del 1969 — e il motivo trova la sua forma piena nelle due «Kolejne odbicia» a cavallo del 1990: prima nel mogano, poi nel bronzo.

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Aprire il blocco

Le parole dell’artista

Nel catalogo che accompagna la personale di Cracovia del 1988, Ignacy Trybowski descrive queste opere con una frase semplice: busti e volti chiusi in prismi — ad aprirli, appaiono il positivo e il negativo del ritratto. Due immagini che si cercano: una è la forma, l’altra è lo spazio che la forma ha occupato.

Ed è l’artista stessa a consegnare al critico l’immagine che dà senso alla serie: il blocco che custodisce le due metà è «come un sarcofago della nostra vita» — ciò che di noi resta impresso nelle cose e nelle persone che attraversiamo. Il riflesso, qui, non è una copia: è la forma che la presenza lascia dietro di sé.

Il mogano del 1989 tiene le due metà ricucite da graffe d’ottone, come i punti di una sutura; il bronzo del 1992 le apre su una base di marmo, il volto davanti e il suo guscio alle spalle. E la parola era già lì vent’anni prima, in una terracotta del 1969 intitolata ai riflessi che scivolano nell’oblio: il motivo nasce come domanda su che cosa resta.

«To jakby sarkofag naszego życia…» è come un sarcofago della nostra vita
Parole dell’artista, raccolte da Ignacy Trybowski nel catalogo del 1988