Sala monografica — Le opere

Pomnik Hymnu Narodowego

Progetto vincitore · plac Dąbrowskiego, Varsavia, 1999

Quattro forme sfalsate che salgono a spirale come stendardi presi dal vento; sulla seconda, l’iscrizione corre lungo una linea ondulata, come se il tessuto la muovesse; dall’ultima, in alto, emerge un’aquila con la corona. Dentro il bronzo, un carillon: ogni giorno, a un’ora fissa, il monumento avrebbe suonato il *Mazurek Dąbrowskiego*.

Il progetto di Henryka Strąk e Antonina Wysocka-Jonczak vinse il concorso per il Monumento dell’Inno Nazionale, da erigere in plac Dąbrowskiego, in centro a Varsavia. Il 29 settembre 1999 fu posata la pietra angolare. Il monumento non è mai stato costruito.

01

Il modello

Del monumento esiste una cosa sola: il modello in gesso, fotografato dai giornali nei giorni della cerimonia. Qui è ripreso sulla piazza, davanti ai musicisti in uniforme storica, e in studio, nelle mani di una delle due autrici.

Fotografia di giornale: il modello in gesso del monumento, quattro forme ondulate che salgono verso l’alto, ripreso sulla piazza davanti ai musicisti in uniforme storica di una banda militare
Foto: Mariusz Grzelak, «Życie stolicy», 1999
Fotografia di giornale: Antonina Wysocka-Jonczak regge in alto il modello in gesso del monumento davanti agli scaffali della libreria dello studio
Foto: Ola Zamatowska, 1999
02

Quattro stendardi e un’aquila

Il concorso, e la relazione di progetto firmata dalle due autrici

Il monumento arriva in plac Dąbrowskiego per esclusione. La Società voleva erigerlo sull’asse della Tomba del Milite Ignoto, e il conservatore provinciale dei monumenti disse di no; propose allora una guglia alta con l’aquila in cima, e a non accettarla furono i consiglieri del distretto Centrum. Solo dopo, poco più di un anno prima della cerimonia, fu indicata questa piazza — e per la piazza fu bandito un concorso di scultura.

Ne arrivarono dieci progetti. La giuria, presieduta da Cezary Leżeński, vicepresidente della Società, scelse quello di Henryka Strąk e Antonina Wysocka-Jonczak, e disse perché: sono stendardi che si sollevano verso l’alto, coronati dall’aquila, e la concezione è bella, semplice e leggera, moderna ed espressiva. Tre progetti ebbero una menzione, e messi in fila dicono da che cosa il monumento delle due scultrici si distingueva: una guglia scolpita da Tadeusz Łodziana, con un’aquila che stringe il medaglione col ritratto di Wybicki; un arco di trionfo di Waldemar Raniszewski; e una figura di Józef Wybicki, dalla cintola in su, che cresce dallo zoccolo, di Kazimierz Ryszko. Tre monumenti che raffigurano; il quarto, che vinse, non raffigura nulla — mette in piedi un movimento.

Nell’archivio si conserva il foglio dattiloscritto con cui le due autrici descrivono l’opera al concorso, firmato in calce da entrambe sotto la parola «Autorki». È il documento che dice, in poche righe, tutto quello che il monumento avrebbe dovuto essere.

Le quattro forme sono stendardi che si arrampicano; sulla seconda corre l’iscrizione, piegata a onda perché sembri mossa; l’ultima disegna l’aquila con la corona. Sulla prima, dietro, sarebbero andate due strofe dell’inno — e le targhette di chi avesse pagato. Bronzo, fusione. Attorno, il selciato in cubetti di granito di dodici per venti, con una fascia in granito nero a segnare il perimetro. L’illuminazione, quella che c’era già, più qualche piccolo faretto.

La stampa aggiunse il resto: quattro metri e mezzo, il testo dell’inno riprodotto dal manoscritto di Józef Wybicki, e l’iscrizione «A Józef Wybicki, autore dell’Inno Nazionale, nel bicentenario della Mazurka di Dąbrowski — la Società». Dentro il bronzo doveva stare una scatola armonica elettronica con un altoparlante: «sarà l’unico monumento che suona», disse al cronista uno dei promotori, e ogni giorno a mezzogiorno avrebbe attaccato il *Mazurek*.

Antonina spiegò la forma con una frase sola, che il giornale mise sotto la sua fotografia: il monumento sembrerà innalzarsi. E dell’aquila che nasce dall’ultimo stendardo disse che è lo spirito polacco, quello che grazie alla Mazurka di Dąbrowski liberò nel popolo una forza. A un altro cronista disse la cosa in un modo che vale per tutta la sua scultura: si trattava di dare immagine alla metafora della Mazurka di Dąbrowski, quella che ha dato forma all’indipendenza.

POMNIK — jest opracowaniem symbolicznym, składa się z czterech form przesuniętych tworzących spirale, które przedstawiają sztandary pnące się w górę. […] Ostatnia forma zarysowuje kształt orła z koroną i jest odniesieniem do ducha polskości.

IL MONUMENTO è un’elaborazione simbolica, si compone di quattro forme sfalsate che formano una spirale e rappresentano stendardi che si arrampicano verso l’alto. […] L’ultima forma abbozza la sagoma di un’aquila con la corona ed è un riferimento allo spirito polacco.

Dalla relazione di progetto, dattiloscritta e firmata dalle due autrici
03

Il ventinove settembre

La posa della pietra angolare, 1999

Alle tre del pomeriggio del 29 settembre 1999, in plac Dąbrowskiego, davanti a qualche centinaio di persone, fu murata la pietra angolare con dentro l’atto di fondazione. Il modello in gesso stava lì accanto, perché si potesse immaginare il resto.

  • Fotografia di giornale: un uomo lavora inginocchiato sulla lastra della pietra angolare mentre due uomini in abito scuro osservano; in primo piano le lettere di bronzo dell’iscrizione, ancora sciolte
    La posa della pietra: le lettere di bronzo dell’iscrizione, ancora sciolte, aspettano di essere fissate.
  • Fotografia di giornale: la lastra della pietra angolare incisa, ripresa di scorcio, con l’iscrizione KAMIEŃ WĘGIELNY MONUMENTU HYMNU NARODOWEGO 29 IX 1999
    La pietra, finita: «Kamień węgielny monumentu Hymnu Narodowego · 29 IX 1999».

Suonarono l’Orchestra Rappresentativa dell’Esercito Polacco e il Complesso Artistico Centrale; la pietra fu benedetta da don Jerzy Syryjczyk, vicario generale del vescovo castrense. Il contorno della pietra e la nicchia che accoglie l’atto li fecero i soldati della 2ª Brigata del Genio di Mazovia. A murarla furono quelli che si battevano per il monumento da anni: Zbigniew Nosek, presidente della Società, Janusz Osiński, il suo vice, e Mieczysław Lewandowski, commissario del concorso.

Fra le qualche centinaio di persone della piazza il cronista fermò una donna, Regina Bardzan, che gli disse una cosa e basta: quando andava a scuola, prima della guerra, ogni giorno cominciava le lezioni cantando l’inno, e così fu fino al 1939. È l’unica voce del pubblico che si conservi di quel pomeriggio, ed è la ragione per cui si stava lì.

L’atto di fondazione elenca la Polonia intera che sta a guardare — il Papa, il Presidente della Repubblica, il Maresciallo del Sejm, il Primo ministro, il sindaco di Varsavia — e definisce l’opera: «il monumento è simbolo di tutti gli slanci di libertà polacchi, dalla Costituzione del 3 maggio 1791 ai tempi di Solidarność, e omaggio all’autore del canto, Józef Wybicki, e a quelle generazioni che col sacrificio della vita e col lavoro hanno portato questo Canto Colmo di Patria fino ai tempi della Polonia libera e indipendente».

La cronaca del giorno dopo uscì con un titolo di due parole: «Stanie pomnik». Il monumento sorgerà. Nell’articolo il portavoce della Società diceva che il progetto, per fortuna, non suscitava controversie, e che l’inaugurazione era attesa per il novembre del 2000. La costruzione era stimata fra i trecentoventi e i quattrocentomila złoty, e il conto corrente per le donazioni fu stampato sui giornali.

04

Quello che c’è oggi

plac Dąbrowskiego, la parte sud

La Società non riuscì a raccogliere i soldi, e finì con la pietra angolare. Il novembre del 2000 passò, e poi tutti gli altri. In plac Dąbrowskiego non c’è nessun monumento all’inno nazionale.

Nella parte meridionale della piazza resta una lastra, con l’iscrizione ormai rovinata, che dice che in quel punto, il 29 settembre 1999, fu murata la pietra angolare di un monumento all’inno nazionale. È tutto quello che di quest’opera si può andare a vedere: un pezzo di pietra che annuncia una cosa che non è arrivata.

Resta anche, in archivio, il foglio in cui le due autrici la descrivono, con le due firme in calce; e restano le fotografie del modello in gesso, alto poco più di un braccio, che nei giorni della cerimonia i giornali misero accanto alla banda militare e fra le mani di chi l’aveva fatto. Di tutte le opere del catalogo, questa è l’unica di cui si conosca esattamente la forma, la misura, il materiale, il suono che avrebbe fatto — e che non è mai esistita.