Skupienie
Raccoglimento · 1986–87
Un busto di rovere nero, lucidato fino a riflettere la luce: una donna dai capelli a caschetto, gli occhi chiusi, il viso fermo. Il petto si apre in due lembi, come un mantello scostato, e dentro il varco — in basso, dove sarebbe il cuore — ci sono due mani di bronzo giunte.
Sono l’unica cosa che non è di legno: tutto il resto è chiuso, e loro stanno raccolte al centro.
L’opera
Il busto di fronte e la tavola del catalogo: due elementi, due materie, una figura sola.
Mezzo anno di rovere nero
Le parole dell’artista · 2009Anche di quest’opera racconta la nascita, nella stessa intervista in cui spiega il Dyskobol e l’Hiroszima. Comincia da un disegno fatto per sé, su un taccuino qualunque; poi ci mette quasi sei mesi, perché il materiale non perdona. Il rovere nero è legno rimasto sepolto o sott’acqua per secoli: si indurisce, si carica di sabbia, e ogni sgorbia ci si smussa.
Miałam kawałek czarnego dębu i musiałam się w niego wpasować. Czarny dąb jest twardy. Ma w sobie piasek i jest bardzo trudny do obróbki. […] Tak się w nie wpisać […] żeby nie zmarnować ani grama z tego drewna. Avevo un pezzo di rovere nero e dovevo entrarci dentro. Il rovere nero è duro. Ha la sabbia dentro di sé ed è difficilissimo da lavorare. […] Inserirsi in quel legno […] in modo da non sprecarne neppure un grammo.
La frase è diventata il titolo dell’intervista, e dice il suo modo di lavorare: non la forma imposta al materiale, ma la forma che ci sta dentro. Il blocco decide l’altezza, la larghezza delle spalle, quanto può aprirsi il petto; a lei tocca entrarci senza avanzi.
Quanto sia grande quel pezzo di legno lo dice una fotografia di mostra: cinquantasette centimetri, l’altezza di un busto di terracotta da studio. Mezzo anno di lavoro sta tutto lì dentro.
Il vuoto e le mani
Accanto a «Rozdarty» · 1999Alla retrospettiva del 1999 quest’opera è appesa allo stesso chiodo di un’altra: «Rozdarty», il Lacerato. La recensione di «Życie Warszawy» le guarda insieme e nota che sono costruite nello stesso modo — due busti di legno col petto spalancato — e che la differenza sta tutta in che cosa ci sia dentro:
Zostały one bardzo podobnie zaaranżowane — przedstawiają drewniane popiersia […] z rozdartymi klatkami piersiowymi. W pierwszej, w pustce pozostałej po przepołowieniu nie ma nic. W „Skupieniu” rzeźbiarka umieściła dłonie złożone jak do modlitwy. Sono impostate in modo molto simile — sono busti di legno […] con le casse toraciche squarciate. Nel primo, nel vuoto rimasto dopo lo squarcio non c’è nulla. In «Skupienie» la scultrice ha collocato mani giunte come in preghiera.
Due opere e una domanda sola: che cosa resta quando una persona si apre. In una la risposta è niente; in questa è un gesto piccolo, di bronzo, che sta in fondo al varco e non si vede da lontano — bisogna avvicinarsi al legno per accorgersene.
Il foglio del taccuino
7 maggio 1984Nell’intervista del 2009 la frase sul rovere nero non è la prima. Prima c’è un’altra riga, breve, che dice da dove l’opera comincia:
Np. rzeźbę „Skupienie” narysowałam sobie w jakimś notesie. Per esempio la scultura «Skupienie» me la sono disegnata su un taccuino qualunque.
Quel foglio c’è. È una pagina staccata da un quaderno, con i due fori della rilegatura sul margine; porta in alto a destra la data per esteso — 7 maggio 1984 — e sotto il disegno, in corsivo, una parola sola scritta dall’artista: Skupienie.
Il busto disegnato è già l’opera. Ci sono i capelli a caschetto, le spalle tagliate di netto, le braccia che risalgono verso il centro fino alle mani unite palmo a palmo. E ci sono, a destra e a sinistra sotto le braccia, due cunei di tratteggio così fitto da diventare neri: nel rovere quei due cunei sono i vuoti d’ombra ai lati delle braccia, e le mani di bronzo affiorano fra loro, al centro del varco.
Fra la matita e il legno passano più di due anni — il busto è del 1986–87 — e in quei due anni cambia una cosa sola, ma è la cosa. Sulla carta le mani sono grandi: riempiono tutto il varco, salgono fino alla gola, si vedono per prime. Nel rovere si sono ridotte a un gesto piccolo posato in fondo all’apertura, l’unico pezzo di bronzo in un’opera di legno, e da lontano non si vede. Il mezzo anno di lavoro è servito anche a questo: a rimpicciolire la cosa che conta.
Sullo stesso foglio, sotto il busto, corre un secondo disegno appena accennato a filo di matita: un campo centinato, una croce larga, e sulla croce una figura minuscola. Il 7 maggio del 1984 la stessa mano progetta nella stessa pagina un busto e una pietra tombale — i due mestieri che ha tenuto insieme per tutta la vita, uno sopra l’altro.