Sala monografica — Le opere

Skupienie

Raccoglimento · 1986–87

Un busto di rovere nero, lucidato fino a riflettere la luce: una donna dai capelli a caschetto, gli occhi chiusi, il viso fermo. Il petto si apre in due lembi, come un mantello scostato, e dentro il varco — in basso, dove sarebbe il cuore — ci sono due mani di bronzo giunte.

Sono l’unica cosa che non è di legno: tutto il resto è chiuso, e loro stanno raccolte al centro.

01

L’opera

Il busto di fronte e la tavola del catalogo: due elementi, due materie, una figura sola.

Skupienie: busto di rovere scuro lucidato, capelli a caschetto e occhi chiusi; il petto si apre in due lembi e dentro, in basso, due mani di bronzo giunte in preghiera
Lo stesso busto nella tavola del catalogo, ripreso di tre quarti con una luce radente che stacca le mani di bronzo dal legno
02

Mezzo anno di rovere nero

Le parole dell’artista · 2009

Anche di quest’opera racconta la nascita, nella stessa intervista in cui spiega il Dyskobol e l’Hiroszima. Comincia da un disegno fatto per sé, su un taccuino qualunque; poi ci mette quasi sei mesi, perché il materiale non perdona. Il rovere nero è legno rimasto sepolto o sott’acqua per secoli: si indurisce, si carica di sabbia, e ogni sgorbia ci si smussa.

Miałam kawałek czarnego dębu i musiałam się w niego wpasować. Czarny dąb jest twardy. Ma w sobie piasek i jest bardzo trudny do obróbki. […] Tak się w nie wpisać […] żeby nie zmarnować ani grama z tego drewna.

Avevo un pezzo di rovere nero e dovevo entrarci dentro. Il rovere nero è duro. Ha la sabbia dentro di sé ed è difficilissimo da lavorare. […] Inserirsi in quel legno […] in modo da non sprecarne neppure un grammo.

Antonina Wysocka-Jonczak, intervista · «Tygodnik Siedlecki», 2009

La frase è diventata il titolo dell’intervista, e dice il suo modo di lavorare: non la forma imposta al materiale, ma la forma che ci sta dentro. Il blocco decide l’altezza, la larghezza delle spalle, quanto può aprirsi il petto; a lei tocca entrarci senza avanzi.

Quanto sia grande quel pezzo di legno lo dice una fotografia di mostra: cinquantasette centimetri, l’altezza di un busto di terracotta da studio. Mezzo anno di lavoro sta tutto lì dentro.

Il busto di Skupienie in mostra, su un plinto bianco alto, in una sala dal parquet a spina; accanto, un’altra scultura di legno chiaro su una base scura
Il busto in mostra, su un plinto alto: al vero è alto cinquantasette centimetri.
03

Il vuoto e le mani

Accanto a «Rozdarty» · 1999

Alla retrospettiva del 1999 quest’opera è appesa allo stesso chiodo di un’altra: «Rozdarty», il Lacerato. La recensione di «Życie Warszawy» le guarda insieme e nota che sono costruite nello stesso modo — due busti di legno col petto spalancato — e che la differenza sta tutta in che cosa ci sia dentro:

Zostały one bardzo podobnie zaaranżowane — przedstawiają drewniane popiersia […] z rozdartymi klatkami piersiowymi. W pierwszej, w pustce pozostałej po przepołowieniu nie ma nic. W „Skupieniu” rzeźbiarka umieściła dłonie złożone jak do modlitwy.

Sono impostate in modo molto simile — sono busti di legno […] con le casse toraciche squarciate. Nel primo, nel vuoto rimasto dopo lo squarcio non c’è nulla. In «Skupienie» la scultrice ha collocato mani giunte come in preghiera.

«Życie Warszawy», recensione della retrospettiva alla Galeria Rzeźby, 20–21 febbraio 1999

Due opere e una domanda sola: che cosa resta quando una persona si apre. In una la risposta è niente; in questa è un gesto piccolo, di bronzo, che sta in fondo al varco e non si vede da lontano — bisogna avvicinarsi al legno per accorgersene.

04

Il foglio del taccuino

7 maggio 1984

Nell’intervista del 2009 la frase sul rovere nero non è la prima. Prima c’è un’altra riga, breve, che dice da dove l’opera comincia:

Np. rzeźbę „Skupienie” narysowałam sobie w jakimś notesie.

Per esempio la scultura «Skupienie» me la sono disegnata su un taccuino qualunque.

Antonina Wysocka-Jonczak, intervista · «Tygodnik Siedlecki», 2009

Quel foglio c’è. È una pagina staccata da un quaderno, con i due fori della rilegatura sul margine; porta in alto a destra la data per esteso — 7 maggio 1984 — e sotto il disegno, in corsivo, una parola sola scritta dall’artista: Skupienie.

Il busto disegnato è già l’opera. Ci sono i capelli a caschetto, le spalle tagliate di netto, le braccia che risalgono verso il centro fino alle mani unite palmo a palmo. E ci sono, a destra e a sinistra sotto le braccia, due cunei di tratteggio così fitto da diventare neri: nel rovere quei due cunei sono i vuoti d’ombra ai lati delle braccia, e le mani di bronzo affiorano fra loro, al centro del varco.

Fra la matita e il legno passano più di due anni — il busto è del 1986–87 — e in quei due anni cambia una cosa sola, ma è la cosa. Sulla carta le mani sono grandi: riempiono tutto il varco, salgono fino alla gola, si vedono per prime. Nel rovere si sono ridotte a un gesto piccolo posato in fondo all’apertura, l’unico pezzo di bronzo in un’opera di legno, e da lontano non si vede. Il mezzo anno di lavoro è servito anche a questo: a rimpicciolire la cosa che conta.

Sullo stesso foglio, sotto il busto, corre un secondo disegno appena accennato a filo di matita: un campo centinato, una croce larga, e sulla croce una figura minuscola. Il 7 maggio del 1984 la stessa mano progetta nella stessa pagina un busto e una pietra tombale — i due mestieri che ha tenuto insieme per tutta la vita, uno sopra l’altro.

Pagina di quaderno a matita: in alto un busto femminile di fronte, capelli a caschetto e occhi socchiusi, con le braccia che risalgono al centro fino alle mani unite palmo a palmo, e sotto le braccia due cunei di tratteggio fitto; sotto il disegno la parola «Skupienie» in corsivo; in alto a destra la data 7.V.1984; sul margine sinistro i due fori della rilegatura; in basso, appena accennata, una croce larga entro un campo centinato
Il foglio del taccuino: la data in alto a destra, il titolo scritto sotto il busto, e in basso la seconda idea della stessa giornata.